LE VIRTU' DI TERAMO e le minestre riscaldate
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Ne è testimonianza
eloquente il bel video (La città nel Piatto - Le Virtù, ormai fra i reperti del come eravamo) realizzato
anni
fa dal regista teramano Marco Chiarini su commissione della condotta
pretuziana
di Slow Food che per fortuna rendeva giustizia agli ortolani del Tordino,
ai
rivenditori ortofrutticoli, ai cultori della gastronomia aprutina per la
sapienza e la tenacia nell' aver espresso ante litteram un sistema economico
equilibrato fra produzione e consumo di fresche primizie di stagione. Un mondo magico decantato da
sagaci
buongustai e raffinati narratori come Fernando Aurini (Cucina teramana), Rino Faranda (Gastronomia teramana),
Elio
Pompa maestro della ristorazione teramana, Luigi Braccilli (Le virtù e Abruzzo in cucina), Rosita Di Antonio (Raccolta di ricette tradizionali teramane).Tanti attestati inconfutabili che però non trovano degna attenzione in una società digitale frettolosa e approssimativa. Ma è altrettanto vero che Teramo nelle sue espressioni amministrative via via susseguitesi negli ultimi decenni non ha mai riservato risorse e programmi di investimento culturale e enogastronomico nella scala dei valori dell'alta ristorazione e della ricettività turistica.
Carlo Petrini, il grande ispiratore di Terra Madre e di Slow Food, ha esaltato le nostre VIRTÙ di Teramo nel suo concetto di cibo "buono pulito e giusto". Scriveva entusiasticamente sulle pagine di Repubblica:"Già il nome è una meraviglia: le virtù". Se raccontiamo cosa sono però acquisterà ancor più poesia, significato, bellezza"
Ma ancor prima nelle sue numerose "facezie" stampate nel 1478 l'umanista Poggio Bracciolini annotava nella numero 206...agli inizi di maggio in Roma si raccolgono diverse specie di legumi dette Virtù -quae Virtutes appellant nel testo latino- le si cuociono per mangiarle al mattino...
Insomma predisporsi dinanzi a un buon piatto di virtù significa immergersi dentro stimoli sensoriali del mondo agricolo che nel mese di maggio ricompongono il senso di una teramanità gioiosa e inclusiva nella sua fisionomia urbana per diventare un vero e proprio presidio del buongusto, lento e conviviale, con un'offerta comunicativa di eventi collaterali attraente e lungimirante. Porsi come sostenitori di un'idea di città che punti su un'economia della bellezza del paesaggio e del buon ristoro. I privati danno il meglio della loro esperienza culinaria, la pubblica amministrazione predispone il marketing territoriale. Tutto il resto sono chiacchiere da osteria che non importano nulla al turista occasionale, già svogliato a venire dalle nostre parti dal tam tam martellante della chiusura del traforo e l'acqua del Gran Sasso da mettere in sicurezza.
Di questo passo anche le tanto decantate virtù rischiano di restare confinate nel circuito delle sagre paesane come una normalissima ricetta di cucina, al pari di un minestrone. Sarebbe una perdita secca di valori antropologici, sociali e culturali di una comunità in affannosa ricerca della propria identità.

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